20070317

Articolo #1

modestli.
credo che si possa anche intercettare su torino sette di questa settimana.

alla prossima, davide

dlsmr
mxaekl
fowlso

20070309

Indirizzo #2

davide musmeci
#405 Soho Building, 199-8, Dongsung-dong, Jongno-gu, Seoul, 110-880, Korea

alla prossima, davide

odgrief

20070307

Sanremo #57

nada superiore a tutto e a tutti.
e basta.

alla prossima, davide

klklcuu
ajdcwuv

20070123

Annunciaziò #2

22 gennaio 2006
secondo giorno dopo paula
è nata paula, la figlia di christina e florian. florian è il fratello de la svizzera.
mancano veramente solo piccole formalità per essere definitivamente lo zio di corea.
alla prossima, davide

en passant. l'inglese, ma perché?

aidop

20070111

20070109

I’ve been tagged

I’ve been tagged by luca.
I didn’t know what does to be tagged mean. Actually I still don’t know it exactly, but I understood that when you’ve been tagged you have to react anyway, and you have to thank who tagged you. It does seem people blow jobbing each other: and, as john wayne would say, when I’m asked to come, I’m coming.
First, thankyou luca; than here I am:

1. I hate to be misunderstood.
i hate to be considered obvious.
2. I started blogging because luca, and his stupid idea to give me a webblog as a present for my first birthday in seoul, that was my first day in korea too. It’s one year that my blog looks at me from the bottom of my browser, and it's six months that I feed it with the left-overs of my mind. That's why I feel guilty every time I look the ‘516.46’ folder on my desktop.
3. It’s almost five years I’m living out of my family-apartment. I didn’t say anything jet to my mother; she could shout me to come back.
4. I’m addicted to everything that surrounds sex, the first lip of the first love kiss and the best spark of the best orgasm, and when you goodbay each other and you remember the first lip of the first love kiss and the best spark of the best orgasm, and when you goodbay each other and you remember the first lip of the first love kiss and the best spark of the best orgasm, and when you goodbay each other and you remember the first lip of the...

4bis. i love Moretti, by i love more la svizzera.
5. Once I used to have a full head of my hair. Last September Marco gave me a wig, and I use it when it’s cold: I come in a restaurant and I take off it, like it was a hat.

Here other two blogs I would like to come with:

a) the divine spappari, my first comment, my first love on web.
b) blurb, it’s obvious –see 1.–.

See you next,
davide


This is my first post in English. Maybe it's full of mistakes. Anyway, please don’t blame me, otherwise I call my mama.
qjlxdfpb
neyrqq
bnetzs

20061226

Branding life

Conobbi mia moglie al Lotte Department di Myeongdong, ormai due Peppero Day fa. Mangiava un Bulgogi Burger Set seduta ad un tavolo del Lotteria. La sera stessa la portai al mio appartamento al trentesimo piano del Lotte Castle di Cheonggyecheon.

Lotte è una compagnia coreana che diversifica le proprie attività in modo scoordinato e allo stesso tempo totalizzante: costruisce giganteschi centri residenziali, gestisce altrettanto enormi department store, prepara assortiti dolciumi. (Tra parentesi, Lotte non è la sola diversificata compulsoria; Hyundai costruisce automobili e grattacieli di appartamenti, Samsung assembla computer, quartieri e linee di abbigliamento, SK fa telefoni e vende benzina, Daelim vende moto e cessi).

In Corea gli indirizzi ci sono, ma nessuno li usa. I coreani usano i landmark.
Ci si incontra normalmente all’uscita numerata di una stazione della metropolitana numerata.
Ma una più frequentata forma di riferimento di luogo è l’ente edificio. È abitudine darsi appuntamento all’ingresso di tal o talaltro palazzo, dalle dimensioni fisiche importanti: questo palazzo è tradizionalmente (?) un department store.


Quello che risulta dalla combinazione di necessità di landmark e dalla companizzazione del suddetto, è un potenziale landbranding. 'Ci vediamo al Lotte' intendendo il department store a Myondong, è frase comune. E prego di apprezzare la differenza dal nostrano ‘Ci vediamo di fronte alla Feltrinelli’. Primo perché al Lotte department store e ti ci trovi all’interno; secondo al Lotte ci vai con l’intento di rimanerci una vita, passeggiando tra fastfood (di nome Lotteria), negozi Louis Vuitton e Gucci, ristornati, caffetterie, cinema, palestre e dutyfree.

Presupponendo che, una volta stanco, tornerai a casa al
Lotte Castle.

Il settore dolciumi di Lotte ha inventato una particolare versione dei mikado, e li ha chiamati
Pepero. Poi ha preso una data, l’ha dichiarata il giorno degli innamorati e l’ha rinominata il Pepero Day. La data è l’undici novembre, e si scrive 1111, come quattro bastoncini affiancati.

come annunciato nel cablogramma #2, questo post è stato pubblicato in blurb, per la rubrica so long and thanks for all the fish.
alla prossima, davide


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dfrztq

20061115

Total Recall

La cultura coreana è costellata di eventi più e meno sociali. La vita economica ruota intorno ad un unico elemento aggregante: la cena di lavoro.
Utile sapere che in tali occasioni, se l'obbiettivo è la firma di un qualsivoglia contratto, tappa finale ed obbligata è la sbronza colossale e collettiva. Non c'è accordo che venga siglato con mano sobria e non annebbiata dai fumi dell'alcool. E come si sa, dove nasce la domanda il mercato ha già la risposta.




Il buon medico Jong Hyun Nam, è l'inventore di 'iomion 808', il magico prodotto che rende inutile il richiamino del giorno dopo.



Presto
l'invasione dei mercati occidentali. Non vedo l'ora.

come annunciato nel cablogramma #2, questo post è stato pubblicato in blurb, per la rubrica so long and thanks for all the fish.

alla prossima, davide

httqx
trwvup
kdvnj

20061101

Annunciaziò #1

1 novembre 2006
primo giorno dopo leo

è nato leo, il figlio di sabina e marcus.
sabina è la sorella de la svizzera.
da oggi mi sento un poco più lo zio di corea.

alla prossima, davide

bjvaznhk
effyq

20061025

Comunicato dall'estremo oriente #17

25 ottobre 2006
centosettantesimo quinto giorno del nuovo calendario coreano

gentili.
non farò finta che non siano passati svariati mesi e che le variazioni di comunicato, vedi dispaccio cablogramma cartolina sussurro e via di sventolio di mano ‘guardate che sono qui non mi dimenticate’, erano solo un ricordatore, un sì sì adesso vi comunico. non e’ che non ci sono cose che succedono. ma a volte ci sono cose che succedono e sono grandi e poi pensi che comunico a fare, tanto non mi ascoltano. poi mi sentivo in colpa perché, in seguito a cose più grandi che succedono, anche in europa, durante le mie brevi vacanze estive non sono stato praticamente piu’ di una serata con la maggiorparte di voi. ma io sì che volevo vedervi e che volevo sentire le vostre storie, volevo.
insomma.
come excusatio non petita mi pare che sia abbastanza.

che sono arrivato e come sono arrivato forse lo sapete già, forse lo avete letto e non ve lo ricordate, forse lo avete letto e avete pensato questo qui parla una lingua strana. che per altro è vero e questo incipit sta e lo dimostra.
segue riassunto comprensibile.
riassunto comprensibile: all’atterraggio dopo il viaggio seoul zurigo mi sono sentito straniero, all’atterraggio dopo il viaggio zurigo seoul mi sono sentito straniero.
nel cablogramma tralasciavo tutte le emozioni private, il fatto che claudia non mi abbia riconosciuto all’aeroporto; le ore passate a indagare quale delle due lingue mi e’ meno comprensibile, il coreano o il tedesco; la lacrima superveloce sul tav milano-torino, mia mamma che mi accoglie con la pasta broccoli e salsiccia alla fine di giugno (altro che guaiti, argo è morto troppe migliaia di anni fa), le solite mille cose non dette con raffaela (e pensa se ce le dicessimo…), andare sui gokart con nicola, vari bagni nei fiumi e nei laghi d'oltralpe, la sicilia, la sicilia, la sicilia, e poi inseguire gli ultimi momenti svizzeri, no, jetz ein moment bitte, oh, babe, i hate to go.

sono rientrato pieno di propositi fondamentali per la mia vita e la mia professionalità.
prima di tutto l’acquisto della motoretta. questa per favore stralciatela dalla copia che date alla mia mamma.
un posto, due ruote (quasi tre, ché quella dietro è grossa), quattro valvole, cinque marce, cento all’ora (di calata e ccu ventu a‘ffavori) per tornare dalla bimba mia, centoventicique cc. si chiama troy, ed è la mia moto da marciapiede. è rossa. dite pure quello che volete, quello è il suo nome, e tutte le vostre malignità non scalfiranno il nostro rapporto basato fondamentalmente sull’amore, quello con la lancetta maiuscola.

questo, per la verità è bastato ed avanzato per farmi cambiare la percezione di seoul: quella che era fino ad allora una costellazione di punti uniti da linee sotterranee di metropolitana, sta prendendo mano mano forma, come una sana triangolazione richiede; e io comincio a colorare le aree. la percentuale di smarrimenti è ancora alta in modo preoccupante, ma il dato tendenziale indica che in un eventuale secondo mandato il nostro (cioè io) sarà in grado di orientarsi come uno scout nelle foreste svizzere. in caso di mancato secondo mandato venite a cercarmi nelle suddette foreste, vestirò di pelli di bernese e mi ciberò di bacche al gusto di emmenthal.
mi riconoscerete, nella massa di traditi dal sogno orientale, per il mio pianto sommesso e per la attiva mitopoiesi sull’attraversare i ponti che da sud scavalcano il fiume verso downtown, il vedere le colline di palazzoni che femminee ti vengono incontro, e nascondono la serie di sopraelevate e di profondi ed accoglienti tunnel. se avete in mente l’arrivo a barcellona in ‘tutto su mia madre’, avete anche i brividi giù per la schiena e la pelle di gallina sulle braccia. se avete presente il concepimento in bianco e nero in ‘parla con lei’ va bene lo stesso.

il quattordici settembre, ma potrebbe essere anche il quindici, ma in fondo chissenefrega. insomma è arrivata barbara. barbara non è quella barbara che molti di voi hanno presente. barbara (detta a sua insaputa anche donkas, in quanto milanese, vel la lambretta, in quanto lambratina) studia nell’università confuciana che è vicino ad idas; è a seoul per uno scambio, e mi pare anche una cosa coerente che se in italia studi alla cattolica, in corea studi alla confuciana. non so se la frase ha senso, comunque fa la sua porca figura, così incastonata. sa di giudizio suggerito e non dato, una cosa tra bruno vespa e enzo biagi. che vuol dire niente e tutto. nell’ordine. insomma. 'sta qui è arrivata. ogni tanto ci si vede, e per me sono sempre bei momenti di vita coreana, venati dal suo allegro cinismo lombardo. non so se posso dirlo di una milanese, ma mi sembra che noi si possa diventare amici.

il quattordici settembre, ma potrebbe essere anche il quindici, ma in fondo chissenefrega. insomma è arrivato luca. luca è quel luca che molti di voi hanno presente, ma non è il luca di blurb. luca (that one with a little perm) ed io ci conosciamo da un tempo indescrivibile (mento, era gennaio 1996, via cosmo 9), e le nostre vite non si sono mai cercate; eppure, non si sa come e non si sa perché, hanno corso e corrono tutt’ora in modo incredibilmente parallelo. e adesso che è qui ogni tanto ci vediamo e passiamo il tempo a raccontarci di tutte le magagne coreane e torinesi, pregni del nostro allegro cinismo piemontese. non so se posso dirlo di un torinese, ma mi sembra che noi si possa diventare amici, finalmente.

barbara e luca sono arrivati con lo stesso aereo, ed insieme è atterrato un bel tempo, sia nel senso meteorologico, sia nell’altro.

pochi giorni dopo claudia si è laureata. io, pensando che in fondo non mi avesse riconosciuto a giugno perché ero diventato troppo bello per i suoi ricordi, sono atterrato di nuovo da lei. e di nuovo non mi ha riconosciuto, ma stavolta perché avevo una parrucca di capelli lunghi e neri. poi, carico di nuovo di sensazioni da straniero sono rientrato a casa, e stavolta casa era seoul.

ormai era inizio ottobre, e ad inizio ottobre la corea si ferma per una settimana. è chuseok: in una rara e perfetta riproduzione del giorno del ringraziamento americano, i coreani si chiudono in casa e preparano (gli esseri femmine) e mangiano (gli uomini) per cinque giorni. questo è il concetto principe, anche se sono ammesse delle variazioni: non stiamo in casa e andiamo a chiuderci in un albergo (fatta salva la gran mangiata). le troy hanno ben altre abitudini, e la mia nel particolare ha deciso di celebrare i suoi primi mille chilometri al mare. il mare del nord est. siamo partiti la mattina del lunedì al grido ‘fuori da seoul’, direzione far east; superata la prima ora di traffico si è svelato davanti alla nostra ruota anteriore un inaspettato paesaggio di curve e foreste, che in pratica non ci ha abbandonato fino a quando la corea non è finita nel mar del giappone. ci sono voluti due giorni di viaggio, ma ne è valsa la pena. anche perché la strada ad oriente (route 46, non proprio 66, ma si fa quel che si può) mi ha portato innanzitutto al confine nord, dove l’aere è più profumato di bomba atomica. la sensazione di avvicinarsi verso un bordo del mondo occidentale (il bordo qui si trova verso nord) mi ricordava le passeggiate di un paio di estati fa tra le trincee dell’interno della croazia; al di là delle facili ironie, metteva un brivido di quiete dopo la tempesta. o prima. anche se alla fine non sono riuscito effettivamente ad attraversare il confine (non tanto per la crisi nucleare ancora da venire, quanto proprio non è possibile), i piccoli scorci delle montagne e delle foreste che mi occhieggiavano al di là della zona demilitarizzata che divide le due coree; quei piccoli e sfuggevoli sguardi mi chiamavano come il canto delle sirene di ulisse. per fortuna ero incatenato alla mia fedele troy, ed il cerume nelle orecchie non mi è mai mancato da quella volta che mia madre mi ha trovato dentro l’orecchio destro un proiettile di gomma della pistola ad aria compressa verde di mio fratello. insomma la nord corea mi affascina. non fosse per la condoleeza pianificherei un giro turistico. alla luce degli ultimi fatti ho pensato di fare così: aspetto.
poi sono arrivato al mare, pensavo al mare di inverno, e invece c’era il mare di autunno. i coreani si vantano di essere una nazione che ha quattro stagioni (inverno freddissimo, primavera temperata, estate pioggia, autunno tempo bello precipitazioni di tempi belli). insomma il mare era caldo, tanto. meduse delle dimensioni di piccole balenottere boccheggiavano incagliate sulla spiaggia. mi guardavano lussuriose dei loro colori violetti chiedendomi di girarle sull’altro lato. ho guardato e sono passato. ero di stanza in uno yeogwan (il nome magari non è proprio questo, ma ditemi: ha davvero senso controllarne l’esattezza?). è un bed&breakfast coreano, un po’ più ciulodromo, ma non come le mansarde di vianizzatré. fatto sta che non prevedendo un pernotto tradizionale, non c’è altra illuminazione se non l’amichevole neon-plafone in centrovolta e la televisione. non particolarmente adatto per il nostro novello cheruac in vena di lettura pre-notturna. e allora mi sono alzato e sono andato in cerca di una caffetteria dove sedere, prendere un tea e leggere. daejin è un paese di pescatori ed essiccatori di seppie. gente che lavora, non come quei debosciati delle grandi città. c’è solo un coffee-shop, sono entrato. quello che nella guida non viene detto, ma che mi ha confermato prontamente tucson kim (professore coreano grande tiratore dei fili ingarbugliati della scuola) è che il coffee-shop è tradizionalmente condotto da donne in avanzato stato di età, ed è frequentato da uomini in altrettanto avanzato stato di età; le une offrono le proprie grazie di compagnia, gli altri normalmente le accettano. devo confessare che la signora almeno cinquantenne che mi ha offerto il caffé (io volevo un tea, ma il tea no non te lo dò), e che di seguito si è gentilmente seduta in fronte a me con un sorriso e con pochi sottintesi, ha capito abbastanza in fretta (dal mio improvviso rossore?) che io lì ero in cerca di nient’altro che un buon posto dove andare avanti nella lettura del mio buon libro: si è alzata e si è dedicata all’altro avventore.

per la cronaca, il libro era la biografia di un tossicodipendente (no, non è la storia di lapo raccontata dal padre).
il sonno è arrivato e la mattina mi sono svegliato presto.
è in quel momento che l’ho visto. il più bel postodella corea. è un molo che è stato costruito da pochi anni. su fili che corro da un bastone di legno ad un altro, i pescatori stendono le seppie (hoginnò) a seccare. le seppie penzolano da mattina a sera, da prima dell’alba a dopo il tramonto. e durante il giorno si tingono tutti i colori del sole, e si profumano di tutte le arie del mare. se potessimo trattenere in ogni cosa una briciola della poesia di quelle seppie essiccanti, il mondo sarebbe migliore.

la settimana successiva, a scuola, c’è stato il workshop del semestre autunnale. quest’anno sono venuti due danesi, uno della bang&olufsen, l’altro di un giovane studio di design. il workshop ha un fondo di didattica, ma sostanzialmente vive dello spirito di competizione che si instaura tra i vari team di studenti. ogni professore è supervisore di un team. non vi dico chi ha vinto. però la scuola torinese ha portato a casa primo e secondo posto, una splendida doppietta tutta granata.

sull’onda del successo, lo scorso sabato si è aperta l’edizione coreana di torinodesign. notabili la presenza delle uova-nido di cesario carena, gummy di elasticodisegno, e soprattutto l’etichetta 50vendemmie di raffaela (e adcontent ;-). ma quella che veramente ha spiccato, offuscando tutta l’esibizione, è stata la presenza del nuovo ambasciatore italiano e il suo discorso introduttivo.


adesso io taccio, ché magari in qualche modo le notizie potrebbero filtrare fino alle orecchie dell’ambasciata. mi affido all’intelligente lettore, che saprà capire la mia reticenza. e passo al paragrafo successivo: chi ha orecchie per intendere, intenda.
en passant, stralciate anche questo per la mia mamma. e anche per il papà. fate così, continuate a dire che davide non scrive più.

la giornata, pregna ancora delle emozioni e dei discorsi introduttivi alla mostra, si è conclusa al trance.
le minoranze nella società coreana sono ben accette. purché rimangano ghettizzate in ben determinati recinti, generalmente nei pressi di itaewon. il trance si trova nel recinto gay. alle due e mezza della notte del sabato, al trance, c’è lo spettacolo delle dragqueen. io prima di venire in corea non avevo mai visto uno spettacolo di transgender e non so quanti di voi li abbiano mai visti. a parte barbara, intendo. non è questione di avere queste preferenze sessuali o quelle là, di stare bene nella propria sessualità o no, e via banalità dicendo. qui è questione di pura arte teatrale. io rimango orgogliosamente eterosessuale (digiamo), ma quello che ho visto sabato è stato uno spettacolo emozionante. e il sabato precedente ancora di più. chissà sabato prossimo...
al fianco di questo, ho incontrato la donna dei miei sogni (ça va sans dire dopo raffaela e barbara): nel momento in cui confessavo, pavonazzo in volto, ‘mi piace quella là’, la lambretta ha lapidato con sintesi mirabile: ‘chi, la lesbicona?’.

per adesso mi godo la realtà, che di gran lunga batte i sogni.

alla prossima, davide

20061020

L'erba del vicino

Esiste un’area dove l'uomo non mette piede da cinquanta anni. Ci passa sotto, a volte.
La DMZ, DeMilitarized Zone, è una striscia di due chilometri di larghezza che corre lungo tutto il bordo tra Nord e Sud Corea.
A nord e a sud della DMZ campeggiano dei cartelli che declamano quanto si sta meglio nei rispettivi lati. A nord non so, ma a sud della DMZ ci sono le strade asfaltate della civiltà. Capita a volte di incontrare, nei pressi dei confini della DMZ (avere non un solo limite, ma anche il limite del limite è una di quelle ridondanze che sintetizzano il fondamentale spirito rococò del pensiero sud-coreano). In queste strade capita a volte di incontrare blocchi di cemento in bilico ai lati della carreggiata. Una semplice piccola esplosione ne può alterare l'equilibrio e farli rotolare in mezzo alla strada, bloccando il passaggio ai mezzi di invasione nordici.


A volte questi blocchi recano dei messaggi rassicuranti, del tipo ‘benvenuti nella regione di Kangwondo’.
Altre volte i blocchi non sono disposti lateralmente, ma sono piccoli ponti a cavallo della strada, minati In modo da cadere dall'alto.

Sulla statale che collegherebbe le due capitali, subito prima di entrare in Seoul, c'è una serie di questi passaggi. La porzione inquietante del gigantesco blocco in equilibrio sulle bombe è nascosta da messaggi della reclame di modelli di vita occidentali.


Il vicino di casa si prodiga nel far sapere che continua a fare gli esercizi di invasione. Di qua si è già pronti all'accoglienza.

come annunciato nel cablogramma #4, questo post è stato pubblicato in blurb, per la rubrica so long and thanks for all the fish. purtroppo per problemi tecnici che non saprei spiegare nè tantomeno risolvere, non posso caricare le immagini, al momento. provo piu` in là. se volete vedere le immagini fate riferimento al post originale. per documentare i tentativi trascrivo le parole che blogger mi chiede per verificare che io sia una persona e non un computer spammatore. chi ha un blog su blogger capisce, gli altri vivono bene lo stesso.
parola 01 25oct2006: qkngavj
parola 02 25oct2006: ltkwnb
parola 01 26oct2006: jmzputrc
parola 02 26oct2006: qwcak
parola 01 08nov2006: ikckmf
parola 01 12nov2006: cxaqow
parola 01 15nov2006:pdcjvztd

alla prossima, davide

20061016

Cartolina #1

16 ottobre 2006
cenetosessantesimo sesto giorno del nuovo calendario coreano

cari mamma e papà,
a volte i messaggi che le insegne coreane mi urlano dai muri dei palazzi proprio non li capisco.

altre volte sì.



alla prossima, davide

Cablogramma #4

15 ottobre 2006
cenetosessantesimo quinto giorno del nuovo calendario coreano

da lunedì su blurb, so long and thanks for all the fish, il secondo.

alla prossima, davide

20060915

Cablogramma #3

15 settembre 2006
centotrentesimo quinto giorno del nuovo calendario coreano


hang over noodles
sono tornato dal festeggiamento del compleanno di un amico ad itaewon. vino grappa e barbaresco gaia. conclusione con la solita discussione sociopolitica con il ristoratore immigrato, fautore della nuova giovane italia mazziniana (ma expat), contro il degrado della società dirigente italiana. stavolta il dissidente di lotta continua ed io (sdraiato supino come sempre sulle posizioni di un partito che non c’è) non abbiamo molto da rispondere, soprattutto quando viene fuori il nome di demichelis.
rientro in cerca di una massa per arginare il dilago alcolico nel mio sangue, magari un sano pollo mangiato con le mani, ma l’unico mio conforto di una seoul dormiente alle quattro di mattina sono i miei favoriti instant noodles zangchang.

alla prossima, davide

20060914

Le parole che non ti so dire

antefatto: io di coreano so niente. tanto meno di filologia. tuttavia percepisco la di loro indispensabilità.

quando sento parlare gli idiomi indoeuropei che non comprendo, mi sembra naturale cogliere alcune parole conosciute nel mazzo del discorso. queste fanno evidentemente parte del territorio culturale comune: non ci faccio attenzione, il più delle volte. (molta più specie sentire ordinateur e mégaoctet o ratòn).

anche nel coreano, che notoriamente è con l’italiano una delle due lingue fulcro del mondo del commercio internazionale, è quindi invalso l’uso di termini di idiomi fondamentalmente anglosassoni per sintetizzare un concetto. in particolare nel mondo dell’elettronica le parole computer megabyte mouse printing system brand design business (ma anche burgerking e macdonald), sono traslitterate in caratteri hangul, pur rimanendo grossomodo salva la pronuncia.

leggendo mi ritrovo a trascinarmi da un carattere all’altro biascicando come ubriaco un pe-nh bo-lhl per comprare una misera penna sfera.

seguire una conferenza di un designer coreano, saltando da un albero di business planning ad un ramo di trend setting; inventando liane per attraversare il ciacolìo sfuggente, in aria fino al prossimo accounting environment. sbattere come in un’epifania contro il palo della parola madre di tutte, che il coreano sente il bisogno di prendere dall’ingelse, perché un equivalente non lo sa usare: communication.

come annunciato nel cablogramma #2, questo post è stato pubblicato in blurb, per la rubrica so long and thanks for all the fish.

alla prossima, davide

20060912

Cablogramma #2

12 settembre 2006
cenetotrentesimo secondo giorno del nuovo calendario coreano

succede che luca, il mio account planner preferito, ha un blog che si chiama blurb.
e poi succede che mi propone di collaborare a blurb.
so long and thank for all the fish, che è il titolo della rubrica, parte mercoledì questo.

prometto che questo non priverà i miei lettori e me de i 516.46. e viceversa.
viceversa vale anche per tre?

alla prossima, davide

20060909

Cablogramma #1

7 settembre 2006
cenetoventesimo ottavo giorno del nuovo calendario coreano

(tornare? andare?) spostarsi, atterrare in terra zurighese, circondato dal mio amico esercito di occhimandorla. salire la scala come una mandria di nuovi proletari del jet-lag. e i fucilieri della corrazzata kotemkin al contrario lassù biondi e glaucopidi. e io pensare che non siamo noi gli strani della corea, sono loro gli svizzeri.

(andare? tornare?) spostarsi, atterrare in terra seoulliana. l’umidità istantanea post-condizionatore appiccica i vestiti. l'altro sono io, i taxi mi si offrono come se fossi uno straniero. il pullman sobbalza per un’ora e mi scarica nei pressi di novembrini, vicino casa.


poi scopro che l'ennesima missione di pace italiana si chiama operazione leonte.

alla prossima, davide

20060610

Comunicato dall'estremo oriente #16

10 giugno 2006
cenetsimo ottavo giorno del nuovo calendario coreano

ci sono alcune cose di cui vorrei mettervi a parte.
gli ultimi giorni di lezione; miracoli che studenti, nullafacenti per quattro mesi, riescono a realizzare nelle poche ore finali.
alcune memorabili discussioni notturne di politica italiana tra un socialista di predappio, un ristoratore leccese, un affiliato di lotta continua e uno scettico piemontese; comodamente sistemati a metà strada tra guareschi e fight club.
la festa della repubblica a casa dell'amabasciatore catanese; e la sua collezione di arte.
le serate di preparazione al tifo mondiale, gente di seoul che cammina per la strada vestita di rosso con tanto di corna diaboliche luminescenti; non più again 1966, ma again 2002. il ruolo del calcio nello stemperamento della guerra fredda.
la primavera che è andata via con i primi refoli dei temporali estivi.


ma in fondo.


sarò a torino a partire dalla settimana dopo. ci incontriamo e vi dico a voce.
mi sembra neanche un mese che sono partito.

alla prossima, davide

20060528

Comunicato dall'estremo oriente #15

118 febbraio 2006
novantesimo quarto giorno del nuovo calendario coreano

ieri ho passato mezz’ora a cercare di salvarmi dalla lettura dei barbari di baricco. sono sempre lì, sulla prima pagina della repubblica. ammiccano. ma non voglio cedere. non voglio cedere al mieloso buonismo postvattimiano, mascherato da scetticismo e ironia piedimontina. non voglio cedere perché poi mi invischio mi accoccolo mi sdraio su quella prosa morbida. e ci sto bene. e questo stare bene mi dà fastidio. non lo leggo perché poi se lo leggo mi piace; però mi vergogno di dire che mi piace. e allora non lo leggo. e allora prendo e vado nel giardino segreto del palazzo segreto. che poi è un posto che tutti conoscono, qui vicino a casa. giardino segreto è proprio il suo nome.

è una bella giornata, e allora decido di portarmi dietro il libro giapponese, che è troppo tempo che ho iniziato ed è troppo tempo che non ho finito. mi addentro nel parco, dietro il palazzo segreto c’è un posto che conosco solo io. mi siedo su una panchina a guardare gli alberi che mi fanno ombra. faccio per aprire l'alleato nipponico.

evidentemente quest’angolo di giardino non è più solo un mio segreto, perché arriva un quartetto di ciacoloni che e si siede al mio fianco. la panca è per quattro; ci sono io che sono il quinto e quindi ci stringiamo, in nome dell’amicizia che lega i nostri popoli. e però si sa su una panca per quattro non ci si sta in cinque, e la piazza di zafferana ne è la costante conferma. loro parlano e ridono. i coreani quando ridono lo fanno un po’ ostentatamente, per dire e far sentire oh come mi diverto. le donne più degli uomini. non lo dico solo perché sono misogino; forse qui le donne da giovani non possono ridere, e allora da grandi ridono forte per recuperare. nel quartetto ci sono tre donne, vecchie.

mi rassegno, faccio un sospiro un po’ ostentato anche io (ma loro non sembrano accorgersi di nulla). chiudo il libro, mi alzo e cambio panca. nella mia nuova panca preferita c’è un vecchio che mi sorride silenzioso. è seduto e guarda il panorama di tegole nere del palazzo che sta sotto di noi. egli sta.
mi accomodo sul lato libero della panchina; per un attimo tento di sedermi con le gambe incrociate, ma rinuncio. mi slego i sandali e appoggio le piante dei piedi a terra. sento il brecciolino fresco sotto. sono mediamente soddisfatto della piega che sta prendendo il pomeriggio, anche se non progredisco come vorrei nella lettura.

sento dei movimenti sopra la mia testa, e ne vedo le ombre tra i miei piedi. alzo gli occhi e c’è uno scoiattolo grande così che mi guarda e mi dice di continuare a leggere, sennò col cavolo che scopro come va a finire il lettore di teschi. poi mi sorride e mi dice che mi vede sereno. sarà anche perché ho in tasca il biglietto aereo per la svizzera. mi rimetto a leggere. fruscìo di ali sulla sinistra, in prossimità della fontana di pietra. sono i primi due piccioni che incontro in corea. li guardo un poco in cagnesco. non sembrano capire il mio odio per il loro essere pennuti grigi e puzzolenti. do un cenno al coreano alla mia destra, gli sussurro 'ammazzateli adesso che sono pochi, sennò tra qualche anno scenderanno nelle piazze e prenderanno il potere come in italia'. poi mi rimetto a leggere, c’è un lungo spazio buio da attraversare, innominabili animali svolazzano nelle tenebre e il giapponese li tiene a distanza solo grazie alla flebile torcia che ha in mano.

il vecchio serafico si alza silenzioso e se ne va. me ne accorgo solo quando non sta più.

si avvicina un’ombra, un uomo si siede e mi chiede se disturba. io dico no, perché sono piemontese, ma la mia anima sicula dentro di me dice sì, minchia. l’uomo aspetta solo i secondi necessari a far scendere un discreto silenzio (le tre vecchie galline in lontananza continuano a ricordarmi che ridono, loro) e mi chiede
gesù ti disturba?
lui non disturba me, io non disturbo lui.
lui tace, stavolta ho risposto come cervello vuole. lui mi guarda un attimo e sibila, con occhio inquisitore
russo?
chissà se anche qui i russi sono ritenuti ancora atei stalinisti mangiabambini. magari i russi qui sono davvero atei stalinisti e mangiabambini.
no, vengo dalla spagna.
che è anche vero, una volta sono passato da madrid. tace. forse li ho battuti definitivamente, tutti gli ecumenici della corea. sportivamente mi stringe la mano, complimentandosi. si alza, fa per andarsene. poi si ferma, prende un legno e dicendomi
ricordati della croce.
traccia il segno nel brecciolino, proprio di fronte a me. poi se ne va, per sempre. colpito a tradimento dalla coda dello scorpione cristiano, rimango molti minuti a guardare fisso quel + sotto i miei piedi.

alla prossima, davide


mrlxdi

20060522

Comunicato dall'estremo oriente #14

111 febbraio 2006
ottantesimo settimo giorno del nuovo calendario coreano

come troisi che ricomincia da tre, io ricomincio da quattordici. il tredici in qualche modo esiste, un po’ nella mia mente un po’ nei miei sogni. a grandi linee è 12X11XX2X1122. magari il tredici lo faccio la prossima giornata e magari metto un 2 su juve-roma. ah no, la juve non c’è più nella schedina.

il senso dello stato in corea è forte, ma soprattutto ostenstato. il lotte department store, che è un iper-centro commerciale di lusso, apre i cancelli alle lussuose undici del mattino. all’apertura dei lussuosi cancelli, ai primi passi che i lussuosi clienti compiono tra i vari negozi gucci luis vitton armani jil sanders, risuonano in filodiffusione maestose le note dell’inno nazionale (a seguire l’inno della lotte corporation, anche se questa è un’altra storia). i commessi rimangono immobili e impettiti fino a quando la musica risuona nei lucidi corridoi. solo alla fine degli inni lo sporco mercimonio di desideri può cominciare lussuosamente.

non c’è pasqua, non c’è venticinque aprile, c’è il primo maggio ma non è per tutti. qui in corea è festa nazionale il cinque maggio perché è il giorno dei bambini. cosa che più laica è difficile pensare. a me piace il concetto che la festività sia legata al concetto scientifico del bambino. e non è solo perché sto attraversando il mio solito periodo di acuto desiderio di paternità primaverile, ma proprio per il valore laico, direi ciampiano che il concetto di giovane generazione si porta dietro. tanto più che giovane lo sono ancora, magari non tanto scientificamente. il children’s day solitamente è un giorno in cui il bimbo è più re assoluto del solito. è una cosa che anche in italia si farebbe se solo avessimo la sensibilità di fare una festa del genere e di non mascherarla con nomi tipo la festa del santo gesù bambino.

religione per religione, ho deciso di andare allo stadio a vedere una partita di calcio, seoul contro busan. essendo che era il loro giorno i bambini entravano gratis. e lo stadio era pieno (mai pensavo di citare venditti in vita mia). lo stadio era pieno di bambini. che, sempre per la paternità latente di cui prima, a me è parsa cosa buona e giusta e bella. poco prima dell’inizio della partita, le squadre già in campo, tutti tutti tutti si sono fermati ed alzati. silenzio irreale nello stadio. i bambini messi a tacere o taciuti da sé medesimi, e le note dell’inno nazionale coreano. io non so se l’inno coreano non ha parole, fatto sta che nessuno cantava. solo la musica e le mani di migliaia di persone sul cuore. e ho pensato che l’unica volta che ho sentito l’inno suonato in uno stadio è stato in un torino catania (1-0 gol di ferrante) di un po’ di anni fa, pochi giorni dopo la prima nassiriya. un minuto di silenzio e i tifosi siciliani che cantavano fratelli d’italia.

poi è iniziata la partita. l’ho capito dal fuoco di artificio che è esploso sotto la curva del seoul. un fiore di fuoco tutto rosso e fumo che si è alzato fino all’altezza della copertura dello stadio, con tutto un barluccichío di girandole verdi e fucsia che roteando si andavano allargando a coprire tutto fino ai distinti. e nastrini tutti d’oro che scendevano a pioggia dalle gradinate superiori. questi coreani sì che si intendono di raffinatezze. ancora l’ooh di ammirazione per l’ardito accostamento cromatico non si è spento, che già la squadra di casa passa in vantaggio. da una punizione innocuamente crossata dalla trequarti sinistra ad opera della mezz’ala offensiva ricardo (brasiliano? argentino? mah), il pallone, senza che sia toccato da nessuno, si insacca pigramente alla sinistra del portiere avversario. goal. e via con un altro fuoco di artificio. la reazione della squadra ospite si fa subito sentire e la compagine di busan, grazie ad un’azione più efficace che bella, prima pareggia i conti e poi si porta in vantaggio, proprio allo scadere dei primi quarantacinque minuti. niente botti per i goals degli altri, solo rabbia contenuta. durante l’intervallo oppio ai popoli. dopo un conto alla rovescia scandito all’unisono da tutti gli spettatori di lingua coreana, dall’anello di sommità della copertura dello stadio esplode una pioggia di migliaia di caramelle che si precipitano sugli spalti sottostanti da un’altezza di quaranta metri. un altro urlo di gioia e altrettante migliaia di mani alzate al cielo per cogliere quella inaspettata manna. messa così è allucinante. però la faccia dei bambini sopravvissuti alla pioggia di proiettili zuccherati era di un’allegria rinfrancante. vabbé. non so di preciso che tipo di caramelle i giocatori del seoul abbiano preso durante l’intervallo, fatto sta che rientrano come leoni e con una -fuoco di artificio-, due -fuoco di artificio-, tre -fuoco di artificio- e quattro reti (niente fuoco all’ultima, credo perché non si aspettavano così tante reti) liquidano la pratica. l’altra partita che ho visto dal vivo con un ammontare di goal paragonabile è l’unico derby di cui ho memoria: juve-toro 4-1, quando ancora giocavano tutte e due in serie A. comunque, dal ventesimo del secondo tempo tutti i bambini dello stadio dormivano e per loro la gara è finita diecimila caramelle a otto goal.

quest’anno il children’s day ha coinciso con il compleanno del buddha. non so se è il giorno dei bimbi che cambia data a seconda dell’anno, o se è buddha che cambia compleanno a seconda della luna. fatto sta che non è cosa di tutti gli anni che i due eventi coincidano. non so a voi, ma a me l’idea di compleanno di buddha mi fa venire in mente buddha infante; devono essere i miei secoli di dna italiano che cominciano a mescolare buddha con il children’s day. ma qui si è in corea e non solo nel mio cervello e quindi i due eventi hanno semplicemente convissuto, senza alcun sincretismo medievale. da una parte erano bambini allegri e pieni di caramelle, dall’altra era un’infinita teoria di lampade colorate che si inseguivano per tante delle strade della città. poi tutte le luci si sono incontrate intorno ai tanti templi buddisti. lì cosa è successo dopo non so, perché stavo dormendo dal ventesimo del secondo tempo.

dopo la partita ho rivisto una delle mie poche conoscenze coreane, la sosia di raffaela, che per comodità chiameremo
yana
. e mi è venuta un poco di nostalgia di raffa. ciao raffa, arrivo.

due lunedì dopo, il quindici, è la festa nazionale dei professori, il teacher’s day. verso le undici gli studenti mi hanno chiesto di andare alla celebrazione della giornata, che si stava tenendo in quei momenti all’ultimo piano, nella zona studio. io dico se proprio bisogna, ma in verità penso dai dai ragalo regalo. e allora siamo saliti nel sottotetto, che è il posto più bello di idas. appena ho raggiunto gli altri docenti della scuola, in mezzo allo spazio, tutti gli studenti intorno (diciamo un quarto degli iscritti) hanno intonato una canzone in coreano che canta il loro amore per i professori. e battevano le mani e sorridevano. che bello. che atroce. poi ci hanno dato i regali: una maschera di bellezza, una confezione principesca di te verde, due leccalecca. tornati in aula i ragazzi mi hanno fatto notare che i due lecca lecca non sono tali, bensì essi sono due preservativi colorati, con tanto di faccine sorridenti.

lo stesso giorno dei professori, ma nel pomeriggio, ho tenuto una lezione del ciclo design&business dell’università di hongik (pronuncia facile onghic, pronuncia bella ongic, pronuncia artistica onjec). il ciclo consiste in tre conferenze ripetute (sì tre volte la stessa conferenza, a tre uditori diversi). il tema è libero a scelta dai parlatori: c’è chi parla di design sostenibile, chi presenta nuovi trend del managment del design, chi annuncia l’imminente collasso della società, chi fa una panoramica mirata sul design europeo. un poco come quell’angolo del parco a londra, ma senza sedia: ciascuno tratta di uno degli argomenti che più gli stanno a cuore. io, che come sapete non ho cuore, e soprattutto non ho argomenti, ho intitolato la lezione players in urban environment e ho proposto l’analisi del rapporto tra il ruolo dei progettisti di calcio e il ruolo dei giocatori di architettura. dato che il pubblico non era erudito sui temi dell’architettura, il fatto di parlare di calcio a venti giorni dall’inizio dei mondiali del medesimo è sembrato fare breccia. alla fine c’è stato anche qualche timido battimano. sarebbe andata benissimo se non fosse che ripetere tre volte una lezione di due ore ti fa pensare alle cose che dici, e trovare ogni dettaglio incoerente (e ce ne sono a bizzeffe), nonché ti fa sentire chiuso in un circolo vizioso. ogni mattina ti svegli, bevi il tuo bicchierone di latte, ti prepari, vai a scuola, inizi la lezione, finisci la lezione, vai a mangiare, torni a casa, vai a letto. ogni mattina ti svegli, bevi il tuo bicchierone di latte, ti prepari, vai a scuola, inizi la lezione, finisci la lezione, vai a mangiare, torni a casa, vai a letto. ogni mattina ti svegli, bevi il tuo bicchierone di latte, ti prepari, vai a scuola, inizi la lezione, finisci la lezione, vai a mangiare, torni a casa, vai a letto.

un po’ come gli altri giorni. un po’ come gli altri giorni. un po’ come gli altri giorni.

alla prossima, davide


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